Gli embrioni congelati? Non bambini, ma proprietà comune dei coniugi

Una decisione senz’altro unica nel suo genere è quella della Corte d’Appello del Missouri, che ha dovuto misurarsi in un delicato caso di divorzio in cui i coniugi non si contendevano immobili o argenteria, bensì due pre-embrioni, ossia due ipotetici figli futuri, concepiti ma non ancora nati.

La signora McQueen e suo marito, il signor Gadberry, infatti, nel 2007, si erano sottoposti ad una procedura di fecondazione in vitro che aveva portato alla produzione di 4 “pre-embrioni”, ossia di 4 ovuli effettivamente fecondati: due di essi erano stati impiantati nel grembo della donna ed avevano portato alla nascita di due gemelli, mentre gli altri due erano stati congelati e conservati per un impiego futuro.

Le parti avevano anche sottoscritto un accordo prevedendo che, in caso di divorzio, il signor Gadberry avrebbe  lasciato alla moglie i due pre-embrioni senza nulla pretendere.Successivamente la coppia, effettivamente, si separava e insorgeva la contestazione in merito alla sorte dei due pre-embrioni: la moglie, infatti, invocava il rispetto dell’accordo siglato e desiderava entrare in possesso dei ‘propri’ ovuli già fecondati per diventare nuovamente madre; il marito, invece, voleva rientrarne in possesso proprio per disfarsene, ossia per evitare che la moglie mettesse al mondo altri figli (chiedendogli, peraltro, il mantenimento).

La delicata controversia si faceva accesa ed il giudice di merito, dopo aver nominato addirittura un “curatore speciale” per gli embrioni (cosa che solitamente si fa, in casi gravi, per i figli minori), annullava l’accordo che i coniugi avevano sottoscritto, qualificando i due pre-embrioni come “marital property of a special character” e vietando, dunque, il loro trasferimento od utilizzo senza la  firma di entrambi i genitori.

Immediatamente la donna proponeva appello contro tale decisione, contestando la qualificazione operata dal Tribunale: secondo la sua difesa, infatti, i due pre-embrioni  non avrebbero dovuto essere considerati  come una “proprietà coniugale” alla stregua di una cosa, bensì come “bambini” (“children”); in virtù di questo distinguo, la stessa ne chiedeva l’affidamento a sé, al pari dei fratelli già nati.

Secondo la legge invocata dalla signora McQueen (il Missouri Rivisited Statutes), infatti:

“The life of each human being begins at conception; Unborn children have protectable interests in life, health, and well-being” e “The natural parents of unborn children have protectable interests in the life, health, and well-being of their unborn child”.

Il marito, invece, era favorevole alla qualificazione operata dal Tribunale ed affermava che l’assegnazione dei pre-embrioni alla moglie lo avrebbe costretto a procreare contro la sua volontà, violando i suoi diritti fondamentali.

La decisione della Corte d’Appello, giunta nel novembre 2016 (qui), ha dato ragione al sig. Gadberry.

La Corte, infatti, ha escluso che il potenziale interesse alla vita degli embrioni crioconservati possa prevalere sul diritto alla privacy dei genitori e, nel caso specifico, sul diritto del padre di non subire ingerenze sulla sua autodeterminazione procreativa (“right not to procreate”).  Confermando la decisione di primo grado, si è specificato che i due coniugi McQueen e Gadberry devono essere considerati come fornitori di gameti del tutto equivalenti”, ognuno dei quali ha un fondamentale diritto individuale all’autonomia procreativa.

In Italia la crioconservazione degli embrioni è possibile con le strette limitazioni dettate dalla Legge 40/2004.

Pochi giudici hanno avuto modo di pronunciarsi in casi simili e benché l’impianto originario della Legge 40, ricco di divieti, sia stato a più riprese smantellato dalla Corte Costituzionale, l’embrione è ancora beneficiario di una forte tutela.

Resta ad esempio vietata la soppressione degli embrioni frutto di fecondazione assistita, divieto la cui violazione è punita con la reclusione fino a tre anni e con la multa da 50.000 a 150.000 euro e da poco è stato abolito il divieto di diagnosi pre-impianto.
Ricorda la nostra Corte che l’embrione “quale che sia il più o meno ampio riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico” (sent. n. 229/2015).
Ciò nonostante, sempre la Corte Costituzionale ha precisato che la tutela dell’embrione può essere affievolita, ma solo in caso di conflitto con altri interessi di pari rilievo costituzionale che, in temine di bilanciamento, risultino, in date situazioni, prevalenti.

Tutto sta, in definitiva, come nel caso del Missouri, al bilanciamento degli interessi coinvolti.

Non resta, dunque, che attendere la presentazione di casi specifici che mettano all’opera la Bilancia della Giustizia.

 

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