Figli piccoli: no alla Maternal Preference. Il pregiudizio crea “madri proprietarie” e “padri disimpegnati”

Quando i genitori si separano e i figli sono molto piccoli, i Tribunali tendono ad assecondare la preferenza per il loro collocamento presso la mamma, spesso ritenuta la figura più adatta ad occuparsi dei bambini in tenera età.

Questo rilievo è corretto? Non per il Tribunale di Catania, secondo cui esiste una tendenza diffusa ad affrontare il tema del collocamento dei figli sulla base di un “non confessato pregiudizio di fondo” per il quale:

1) i figli piccoli “sarebbero” principalmente delle madri;

2) ai padri verrebbe solo “consentito” di esercitare i loro diritti/doveri;

3) il collocamento “naturale” dei figli dovrebbe essere presso la madre;

4) il collocamento presso il padre dovrebbe ritenersi “innaturale” ed “eccezionale” e il provvedimento che lo dispone abbisognevole di motivazioni particolari e straordinarie.

Eppure, rileva il Tribunale, “lo stato del diritto e dei principi etici generalmente condivisi nel nostro Paese è al contrario, poiché i figli sono di entrambi i genitori, che hanno uguali diritti e uguali doveri e, in mancanza di prove del contrario, entrambi sono idonei ad esercitare le loro responsabilità e a divenire collocatari dei figli”. (T. Catania, ordinanza 2/12/2016, est. dott. Lima)

La musica, secondo il Giudice estensore del provvedimento, deve cambiare, perché una maggiore ricorrenza statistica di provvedimenti di collocamento dei figli presso i padri “contribuirebbe alla diminuzione del numero di padri disimpegnati e madri proprietarie che tanti danni arrecano all’educazione e serena crescita dei figli minorenni”.

Anche i Giudici di Milano la pensano allo stesso modo.

Con un provvedimento pressoché contemporaneo a quello di Catania (T. Milano, decreto 13-19/10/2016, est. dott. Buffone), la Nona Sezione del Tribunale meneghino ha chiarito che in caso di conflitto genitoriale sul prevalente collocamento dei figli, l’unico criterio da seguire è quello del superiore interesse del minore.

Il criterio della “maternal preference”, invece, non è previsto dal codice civile ed anzi è in contrasto con la stessa ratio ispiratrice della Legge 54 del 2006 sull’affidamento condiviso.

Anche perché, come correttamente osservato dallo stesso Tribunale di Milano in un altro caso, la genitorialità si apprende facendo i genitori e, dunque, “solo esercitando il ruolo genitoriale una figura matura e affina le proprie competenze genitoriali”.

Sulla base di questo principio, il Tribunale ha respinto la richiesta di una madre di limitare a poche ore settimanali, senza pernottamenti, le visite del padre nei confronti della figlia piccola, perché:

“il fatto che al cospetto di una bimba di due anni, un padre non sarebbe in grado di occuparsene, è una conclusionale fondata su un pregiudizio che confina alla diversità (e alla mancanza di uguaglianza) il rapporto che sussiste tra i genitori”. (T. Milano, sez. IX civile, decreto 14/01/2015, est. dott. Buffone).

La legge c’è, dunque, e i Tribunali sono finalmente pronti ad applicarla correttamente.

Saranno pronti anche i papà?

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